Donne in quota

La Regione Lombardia vara il progetto chiaramente antiabortivo, su proposta del signor Giulio Boscagli, assessore alla Famiglia, Conciliazione, Integrazione e Solidarietà sociale.

Il presidente Roberto Formigoni dichiara: “Nessuna donna dovrà più abortire in Lombardia a causa delle difficoltà economiche”. A quelle donne che rinunciano ad una interruzione della gravidanza determinata da problemi economici, la Regione erogherà per 18 mesi, ogni mese un bonus di 250 euro. Un totale di 4.500 euro in un anno e mezzo. La Regione stanzia 5 milioni di euro, versati stanziamento di 5 milioni di euro sul Fondo «Nasko», appositamente creato. Destinatarie le donne in difficoltà economica e , in particolare le straniere e le giovani donne sole.

Leggi tutto: Lombardia, bonus di 4.500€ per non abortire

Da giovedì 6 a sabato 8 maggio Mantova diventerà la capitale delle Pari Opportunità: 3 giorni di appuntamenti, discussioni e testimonianze, uno spazio ideale dove mettere a confronto posizioni, idee e prospettive sul ruolo della donna, sulle politiche di genere e sulla conciliazione famiglia-lavoro. SUI GENERIS tratterà di argomenti importanti, di estrema e urgente attualità: come intervenire in azienda, nel territorio, nelle famiglie per valorizzare i ruoli delle donne? Quali domande fare a chi governa i territori o dirige le aziende, quali risposte aspettarci? Gli eventi sono ad ingresso libero, e il nostro caloroso invito a partecipare è rivolto a tutti: donne, mamme, lavoratrici e dirigenti; addetti ai lavori, giornalisti; ma anche uomini che hanno a cuore il raggiungimento delle pari opportunità in ogni campo della vita. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito www.suigeneris-mantova.it Il programma completo della manifestazione è disponibile qui Per confermare la partecipazione ai singoli eventi (e richiedere contestualmente di usufruire del servizio babysitting, dove disponibile), è attivo un form di iscrizione.

La Aleramo scrisse il suo romanzo autobiografico più famoso, "Una donna" nel primo decennio del Novecento. Chi lo ha letto sa bene cosa e quanto costi per lei l'emancipazione: nessuna conciliazione, solo rinuncia. Durante il fascismo la donna era schiava del focolare: un ruolo istituzionalizzato, idealizzato, esaltato, reso positivo dalla propaganda. Le Grandi Guerre hanno portato le donne nelle fabbriche, al posto di mariti, fratelli, figli impegnati al fronte: erano schiave della guerra perché producevano gli strumenti che avrebbero ucciso i loro uomini. La Repubblica ha dato alla donna il diritto di voto, sacrosanto, che dà all'individuo il diritto di esistenza politica. Poche le donne che lavoravano in periodo di Ricostruzione, per giunta malpagate e maltrattate, in sostituzione, ancora una volta, di quella forza lavorativa maschile sotterrata dalla guerra. Il boom economico (e siamo già agli anni Cinquanta) ha visto una massiccia presenza delle donne nelle fabbriche: le sartine diventavano operaie tessili, le diplomate magistrali maestre, le carine commesse nelle catene della grande distribuzione. E poi. E poi le lotte per i diritti, il femminismo, l'emancipazione: il corpo è mio, e non c'è stato che possa comandarmi su cosa farci. Posso affermare, secondo questa sommaria ricostruzione, che l'emancipazione delle donne sia cominciata in Italia un decennio dopo il secondo dopoguerra, in ritardo di circa un secolo rispetto ai paesi protagonisti della Rivoluzione Industriale (Gran Bretagna, Francia e Germania su tutte)?

Valentina Paternoster

Domenica 18 aprile Susanna Tamaro ha dato il via ad un dibattito sul femminismo e le sue responsabilità, a cui sono seguiti altri interventi di note giornaliste ed intellettuali. Ci piacerebbe allargare il dibattito a tutte. Incolliamo qui i link agli articoli Susanna Tamaro Bia Sarasini Maria Laura Rodotà Barbara Mapelli

Bari. Preso l'assassino di Anna Costanzo, truccatrice del teatro Petruzzelli barbaramente uccisa nel proprio appartamento. Si tratta dell'ex fidanzato.

Montesilvano, Pescara. Un uomo aggredisce una donna, in quel momento in compagnia di un amico. È l'ex compagno della donna, agli arresti domiciliari nella propria casa di Foggia per stalking proprio ai danni della ex fidanzata. L'uomo è fuggito indossando una parrucca bionda per non essere riconosciuto, ha seguito la donna e l'amico e ha loro sparato. È al momento ricercato.

Sono solo due dei tanti casi di cronaca che riempiono i nostri giornali, senza che però ci si accorga che esiste un filo rosso che lega tutti questi delitti o tentati delitti: questo filo è rosso come il sangue che scorre in un atto di folle gelosia che travalica e sconfina nella violenza.

Con amara lentezza l'opinione pubblica sta prendendo atto dell'emersione di un reato che fino a poco tempo fa rimaneva confinato all'interno delle mura domestiche: le donne non parlavano per vergogna e per incredulità. Come si può pensare che il compagno che si è scelto, il marito lavoratore, il padre dei propri figli si possa trasformare in una belva e osare violenza? Eppure.

La lentezza con cui emerge questa piaga sociale è inquietante: il perbenismo e l'atteggiamento del benpensante sono talmente tanto radicati nell'opinione comune da lasciare poco spazio alla denuncia di reati causati dall'amore.

Sì, perché in moltissimi casi alla base c'è un amore forte e dichiarato, inizialmente reciproco, un rapporto forte tra assassino e assassinata che si basa sulla condivisione di spazi e di tempi, di esperienze e di sogni. Poi qualcosa si rompe. Ed è nella fase di rottura, di digestione del rifiuto e del fallimento, che lo scenario dello stalker diventa fosco, nero, rabbioso, aggressivo e violento.

Lo stalker è un essere dominante, che pretende di essere protagonista anche quando lo spettacolo è stato cancellato, che vuole decidere del destino della propria storia d'amore senza interpellare la compagna coprotagonista.

Oggi la donna reagisce e denuncia, emerge dall'abisso nel quale era stata relegata dall'educazione paternalistica, dal perbenismo di facciata che preferisce guardare altrove, dalla passività sociale e storica a cui le donne sono state per secoli costrette.

È per questo che UDI ha pensato di organizzare una staffetta per l'Italia lunga un anno, che partisse da Niscemi, dove è stata uccisa Lorena, e arrivasse a Brescia, dove Hina è stata assassinata e sepolta dal padre e dallo zio. Siamo allo sprint finale, dopo aver percorso la penisola da nord a sud e dopo la tappa transoceanica al Palazzo dell'ONU, dopo feste, concerti e momenti di riflessione veri.

La frase finale dunque di una denuncia lunga un anno sarà scritta alla manifestazione nazionale indetta per il 21 novembre a Brescia in piazza della Loggia, dove lacrime e sangue già si sono mescolate con la storia.

Le donne hanno aperto gli occhi, hanno compreso che il corpo è una proprietà privata inviolabile, e che colui che oltrepassa il limite è un aguzzino, un carnefice, ancora una volta uno stalker. E finalmente abbiamo anche noi una legge.

Valentina Paternoster

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